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La mia maratona più forte del destino

Ognuno di noi ha una storia che merita di essere raccontata. E’ questo l’obiettivo di «Storie d’Italia e di italiani», la serie che da oggi «La Stampa» affida alle sue firme di punta. Successi, sconfitte, scelte, fughe: eventi che hanno preso il percorso della nostra vita e lo hanno portato da un’altra parte. Tante piccole storie di italiani che, una accanto all’altra, costruiscono giorno dopo giorno la vera storia d’Italia: quella delle donne e dagli uomini che non hanno celebrità ma che almeno una volta nella vita sono stati protagonisti di un evento degno di essere raccontata da un giornalista inviato o da uno scrittore. Scriveteci per segnalarci una vicenda che riguarda voi o qualcuno che vi sta a cuore. Verremo a raccontarla.
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LA MARATONA PIU' FORTE DEL DESTINO
inviato a LIDO DI JESOLO
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| Il ponte di Verazzano invaso dai maratoneti |
Ognuno è fabbro del proprio destino, dicevano gli antichi latini per esaltare la disciplina, la tenacia, il coraggio. E nessun più di Adriano Berton è convinto della verità di quella massima edificante. Ogni giorno dimostra che si può essere grandi artefici della propria vita. Minuto, 40 anni, abitante a Lido di Jesolo, è stato il primo italiano a correre la maratona di New York (in sei ore esatte) con una gamba riattaccata dopo un grave incidente stradale. Ora ha scritto in un libro la storia della sua battaglia vittoriosa contro il fato avverso, «Buongiorno New York» e sta cercando un editore. Forse diventerà una fiction tv.
La prima vita di Berton è iniziata nel 1966 con un’infanzia felice in una famiglia umile e forte di emigranti, il padre in Australia, la madre in Svizzera. Al bar lo guardavano come un fenomeno, perché era ancora un scricciolo e già sapeva leggere e scrivere. Correva veloce. Nuotava. Sognava di giocare a calcio. La seconda vita è iniziata alle 3 del pomeriggio del 5 agosto 1976. Gliela regalò suo padre con il proprio sacrificio.
L’auto ai 160 all’ora
«Rivedo migliaia di volte quella scena - dice Berton -. Ero sullo scooter abbracciato alla sua schiena. Andavamo al mare, dove lavorava come bagnino. Ho visto un puntino giallo correre verso di noi impazzito. Un’auto ci è piombata addosso a 160 all’ora. Mio padre è morto sul colpo. Ma il suo corpo mi ha fatto scudo e salvato. Mi sono ritrovato per terra dopo un volo di venti metri con un pezzo di gamba staccata. Mia madre è arrivata subito, distrutta, ma senza una lacrima, senza un urlo. Lei ha sempre tenuto a freno i sentimenti e per tutta la vita non ha mai detto più di due parole al giorno, perché non bisogno sprecare fiato con i lamenti. Sono rimasto 40 minuti sull’asfalto ad aspettare l’ambulanza. Per fortuna un signore s’è improvvisato infermiere e mi ha legato un laccio intorno alla gamba. Non sono morto dissanguato».
Nel 1976, quando accadevano incidenti del genere, di solito si amputava. Ma quel giorno il medico di turno, Walter Rotino, volle tentare qualcosa che nessuno aveva mai fatto in Italia. In cinque ore di intervento ricucì l’arto. Seguirono altre sette operazioni in vari anni. La gamba si salvò. Ma più corta di cinque centimetri e rigida come un palo. Il dolore fisico lentamente passò, restò la solitudine di un bambino che non sognava più un futuro di gloria sulle figurine Panini, ma la normalità di madre natura. «Il mio gioco quotidiano era imparare a camminare di nuovo. Era dura. Sulla spiaggia tenevo i pantaloni lunghi perché mi vergognavo, mi sentivo gli occhi di tutti puntati sulle mie cicatrici. Zoppicavo, ma non volevo arrendermi. Correvo storto e sgraziato per dimostrare ai miei compagni di essere veloce. Loro mi prendevano in giro chiamandomi “Mennea”. Pensavano di deridermi. Era invece uno stimolo».
Tutti siamo messi alla prova
Col tempo la gamba è tornata quasi normale. Ma il destino s’è rifatto vivo in modo tragico. In due incidenti stradali, sempre sulla stessa maledetta strada, e sempre d’agosto, sono morti due cari amici. «Certo che le coincidenze sono terribili. Ma io continuo a credere che la sfortuna non esista. Tutti veniamo messi alla prova, qualcuno più duramente di altri. Dobbiamo trovare la forza per andare avanti e diventare migliori. Il pessimismo? E’ solo una specie di inverno. Ogni tanto arriva, certo, basta però che sia breve. Se a nove anni perdi la gamba e un padre, qualunque cosa capiti dopo si può superare».
Dopo tanto esercizio su se stesso, Berton ha fatto dell’auto-disciplina un mestiere. Finiti gli studi di ragioneria è stato assunto in un villaggio turistico per insegnare ai giovani animatori a ridere, essere cordiali, ottimisti. Ora si guadagna da vivere come personal coach, una figura nuova in Italia, ma utilissima in tutti i campi, dallo sport alle aziende. Ha aiutato un giocatore di tennis in carrozzella a diventare uno dei più forti d’Italia, ha assistito giocatori di golf e squadre di pallavolo, insegna ai manager a parlare in pubblico, a dirigere aziende, a trovare fiducia in se stessi. I guru americani fanno fortuna con queste tecniche, impastando timballi sapienziali con un po’ di tutto, dalla psicoanalisi alla kabbalah. Adriano Berton porta invece in dote la sua esperienza personale e una filosofia molto austera, come le terre nelle quali è nato. «Ogni persona può essere straordinaria. Deve solo trovare la propria potenzialità. E concentrarsi con disciplina, sacrificio, costanza». E poi tanto sudore. Metaforico e reale. Anche per questo, Berton ha scelto di correre la maratona, forse la forma più estrema, semplice, e naturale dello sport.
«Ti se mato»
«Mi sono affidato a Walter Colbacchini, un allenatore famoso per i risultati e per i metodi. Crede solo nella fatica e nei valori di una volta. M’ha detto “ti se mato. Ok proviamo”. Tredici mesi di allenamento. Tremila chilometri. Sveglia alle cinque di mattina. Mia moglie mi seguiva in bicicletta. Alla fine mi sono ritrovato per le strade di New York. Sentivo la forza di milioni di persone lungo la strada. Scacciavo fantasmi. Gli ultimi chilometri li ho fatti con gli occhi gonfi di lacrime. Piangevo di gioia e cercavo lo sguardo di mia moglie. Avevo ultimato il mio capolavoro. Anche il sindaco Bloomberg mi ha scritto per complimentarsi».
Dopo tanta fatica nella vita, Berton crede ovviamente nella tolleranza, nella generosità, nell’operosità. Chi è stato per molti anni dell’adolescenza un «diverso» non può sopportare alcuna forma di razzismo, né per la pelle, né per le idee, né per handicap fisici. Crede in Dio. Ogni giorno lo prega. Perché l’esempio di Cristo è bellissimo. E perché pregare regala forza e serenità. Un altro amore è il cinema. Ha visto migliaia di film. L’hanno aiutato a vincere la solitudine, a crescere, a capire che c’è del bene dappertutto, basta cercarlo. Sfida chiunque a citargli un titolo. E subito snocciola data, regia, titoli di testa e di coda. Il primo film che ricorda è «Tutta la città ne parla». Anno 1935. Regia di John Ford «Un flash, a 12 anni, con un magnifico Edward G. Robinson in una doppia parte, di buono e di cattivo. Una metafora delle nostre personalità». Poi una filmografia sterminata, da «Momenti di gloria» di Hugh Hudson, alla serenità di John Wayne, alla vita spericolata di Steve McQueen. E magari anche Frank Capra? Certo, ovviamente. Perché «La vita è meravigliosa». E il destino concede sempre una rivincita a chi ha il coraggio di lottare.
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| Adriano Berton |
Adriano Berton ha 40 anni. Nel 1976, quando aveva nove anni, un auto investì lo scooter sul quale viaggiavano lui e suo padre.
L’uomo morì, lui si ritrovò a terra con una parte della gamba staccata dal corpo. Fu il primo italiano cui venne riattaccato un arto amputato.
L’anno scorso ha partecipato alla maratona di New York, correndo i 42 chilometri e 195 metri in sei ore esatte. Ha lavorato nei villaggi turistici. Oggi fa il personal trainer. |
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Una vita segnata da una serie terribile di incidenti che lo hanno coinvolto insieme alle persone a lui più care.
Lui, segnato profondamente nell’animo, non si è mai arreso. La storia di Adriano Berton dalle sue stesse parole. Riportiamo un Articolo del Correiere della Sera
SPORT E RIVINCITA
POSSO ANCHE CADERE MA MI RIALZO SEMPRE
Di Alma Brunetto
Una vita segnata da una serie terribile di incidenti che lo hanno coinvolto insieme alle persone a lui più care. Lui, segnato profondamente nell’animo, non si è mai arreso. La storia di Adriano Berton dalle sue stesse parole.
Diventare personal coach, dare una svolta alla propria vita e buttare alle ortiche una serie di eventi poco fortunati. Questi sono in sintesi i 39 anni di Adriano Berton, nato a Jesolo (VE), considerata la seconda spiaggia d’Italia nel 1966, anno della sua nascita.
“A 4 anni ero un fenomeno da baraccone, visto che sapevo leggere e scrivere precocemente – esordisce con il suo racconto Adriano - . Mio padre mi portava nei bar e mi metteva sopra un tavolo a leggere i quotidiani, mentre gli avventori mi guardavano. Poi vennero le elementari e i miei giochi erano tirare calci ad un pallone, fare i cento metri il più veloce possibile e amavo il mare”.
Un’infanzia pressoché normale...
“In un certo senso si. Ero figlio unico di emigranti, mia madre in Svizzera e mio padre in Australia. Proprio quest’ultimo che faceva il bagnino in uno stabilimento balneare, mi portava con se ogni giorno. Così alle 15 del 5 agosto 1976 salgo sul seggiolino posteriore dello scooter di mio padre, per andare al mare”.
E da quel momento il colpo di scena che segnerà il resto dei tuoi giorni.
“A dieci metri da casa una macchina impazzita lanciata a 160 Km/h, sbanda in curva e ci prende frontalmente. Il mio ricordo è un puntino giallo. Mio padre che mi fa da scudo e dopo un volo di 20 metri mi ritrovo a terra gridando aiuto. E il suo corpo a due metri da me ormai esanime. La mia gamba sinistra spezzata in due a livello del ginocchio e l’ambulanza che arriva con 40 minuti di ritardo. All’epoca non esistevano i cellulari, ma i CB (radioamatori, nda). Uno di loro si mise in contatto con un medico che passava per caso di là. Mi bloccò il sangue e mi salvò la vita. Mi portarono all’ospedale di Jesolo e lo staff del professor Rottino fece un miracolo per l’epoca. In cinque ore di operazione mi riattaccarono l’arto completamente, per la prima volta in Italia, siamo nel 1976”.
E qui comincia la tua avventura.
“Metto da parte i giochi che facevano i miei coetanei e inizia la mia grande sfida: camminare di nuovo. Dopo sei mesi di carrozzina, tanta fisioterapia e altri interventi, un bel giorno mi rialzo e comincio una nuova vita.
Dopo gli studi ragionieristici, vado a lavorare come responsabile della ricerca, selezione e formazione del personale in un centro vacanze. Lì mi appiopparono il titolo di “motivatore di giovani”, presi dal mondo della scuola e avviati nei primi percorsi per approdare al lavoro. Lavorando nel settore turistico, dove il sorriso e la cordialità sono all’ordine del giorno, il mio capo mi insegnò da subito che i problemi personali vanno lasciati a casa e quelli del lavoro in ufficio”.
Qualche anno più tardi il secondo appuntamento con il destino.
“Nell’agosto 1995 si apre un altro brutto capitolo. Il mio capo perde la vita in un incidente simile al mio. Alle 8 di mattina recandosi al lavoro. Fui tra i primi ad arrivare sul posto. Questa cosa mi fece di nuovo rivivere i fantasmi del passato. La mia motivazione cominciò a vacillare. Ma grazie ai grandi insegnamenti che lui mi aveva trasferito, non mollai e continuai il mio ruolo di motivatore”.
Arriviamo al 2001, quando si conclude la triade tragica.
“Siamo di nuovo ad agosto, alle 8 di mattina. Un ubriaco uscito da una discoteca, prende in pieno il mio più grande amico, nonché testimone di nozze, che su uno scooter si recava a lavorare. E da questo momento incomincia la mia crisi più profonda. Le mie tre persone più care sono state ammazzate, per colpa di altri, sulle strade. La mia motivazione finisce. Per ritrovare me stesso, mi iscrissi a un corso di personal coach. Facendo l’assistente in giro per l’Italia capii che le mie esperienze di vita, avevano aiutato gli altri a farcela in situazioni particolari. Così mi rialzai emotivamente per l’ennesima volta. Adesso lavoro come formatore, insegno a parlare in pubblico e sono personal coach”.
La corsa fa parte della spinta per dare un nuovo volto alla tua esistenza?
“Da due anni mi sono avvicinato alla madre di tutte le corse, la maratona. All’inizio credevo fosse una passeggiata. Ma la mia gamba ha incominciato a dire: che cosa mi stai facendo? Per la preparazione mentale mi avvalgo di un collega personal coach, mentre per la parte muscolare mi avvalgo di un fisioterapista. Ho incontrato un grande allenatore come Walter Colbacchini, coach di Francesca Zanusso e altri campioni dell’Atletica Jesolo. Da un po’ mi alleno con lui, seguendo un piano d’azione efficace. Sono arrivato a partecipare lo scorso anno alla Maratona di Treviso, percorrendo 15 Km, e a quella di Venezia in cui ho corso 18 Km. Ora preparo la 42 Km di Treviso e vorrei andare a New York per terminare la gara. Questo è il mio sogno nel cassetto e il mio obiettivo. Sto scrivendo un libro che si intitolerà “Buongiorno New York”. Che sarà sì un manuale sulla mia preparazione mentale alla maratona di New York, ma un aiuto soprattutto per bambini e giovani che escono da brutti incidenti stradali. Il mio impegno con ragazzi che hanno qualche situazione da risolvere. Io non li chiamo problemi, perché la parola problema incute un po’ di timore. E’ la parte più bella della mia missione perché in un secondo un episodio può cambiarti e segnarti l’esistenza”.
Dalla tua esperienza un grande aiuto alla disabilità.
“La parola disabilità, secondo il mio modesto parere, è un termine che etichetta un po’ le persone. Perché io, che ho la fortuna di lavorare con ragazzini di discipline diverse, ho scoperto che con le limitazione in qualche area del corpo, ne sviluppano altre al massimo della potenzialità. Penso che ogni giorno siano loro che insegnano tantissimo a me”.
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Adriano Berton cura le insicurezze
professionali con terapie collettive in barca a vela.
E nel futuro punta alla televisione. Carboni
ardenti in spiaggia e go-kart: a Jesolo arriva il personal
trainer dei divi. · JESOLO – Terapie settimanali
teoriche, formazione “out door” con corsi collettivi
in barca a vela, su go-kart, e in spiaggia la nota camminata
sui carboni ardenti, la cosiddetta “firewalking”, per
ritrovare fiducia e sicurezza in se stessi. Potrebbero
apparire prove di forza o esibizioni, ma nella realtà
sono tutte terapie di una nuova professione alla quale
si rivolgono sempre più manager e professionisti dello
sport, alcuni nomi noti del calcio di serie A, la nazionale
azzurra di sci, volti dello spettacolo in particolari
momenti di crisi professionale. · E’ il personal coach,
l’ultima professione approdata direttamente da oltre
Oceano in Europa su iniziativa di Roberto Re, da qualche
settimana arrivata anche a Jesolo Lido dove un trentaseienne,
Adriano Berton, è diventato il primo personal coach
dell’alto Adriatico, con tanto di sede ufficiale.
Lui, e altri pochi nella penisola, si sono raggruppati
sotto le insegne della “Federazione Italiana Coach”
presieduta da Giovanna D’Alessio. · “Il personal coach
è un allenatore, ma anche un amico che ti aiuta a tirare
fuori il meglio di te stesso – spiega Berton – a volte
ti sfida, individuando la strada in cui puoi sviluppare
maggiormente le tue possibilità ottenendo ottimi risultati”.
Qualcosa di molto simile a uno psicologo. “Non sono
un terapista – continua Berton – il coach non lavora
sui problemi ma sulle potenzialità della persona, quindi
è una figura opposta”. · Al personal coach si rivolgono
“generalmente persone di ceto medio alto, gente dello
spettacolo e in particolare dello sport, che devono
fare gruppo e vogliono ottenere risultati professionali”.
La terapia può durare da un minimo di un mese a un massimo
di oltre un anno, “dipende – precisa Berton – dai problemi
da risolvere e dalle reazioni del paziente. Ci sono
terapie che possono essere fatte in gruppo, in barca
in auto in go-kart, tutti elementi che abbiamo a Jesolo,
la barca ad esempio è un luogo eccezionale per sviluppare
il lavoro di gruppo”.
Quanto ai prezzi, ce n’è per tutte le tasche e tutti
i problemi: si va da 150 Euro circa al mese a oltre
2000 euro. Con un occhio al futuro: oltre alle terapie
di barca, infatti Berton pensa già a un congresso al
Palazzo del turismo e a una trasmissione televisiva
curata da Daniela Buongiorno, moglie del presentatore
di Mediaset. MAURO ZANUTTO |
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